Ricostruire e mettere in luce quei “puntini” che, pur nella profonda autonomia di due percorsi straordinari, hanno unito i cammini umani, spirituali e solidali di due grandi figure del nostro territorio: Dino Amadori e Annalena Tonelli. È questo il cuore del nuovo progetto di memoria e approfondimento promosso dall’Associazione Dino Amadori. Due esistenze differenti, ma accomunate dalla medesima dedizione verso i più fragili e dalla convinzione incrollabile che la conoscenza, il talento e la professione acquistino il loro valore più autentico soltanto quando vengono messi al servizio degli altri.
I “puntini” che partono da Forlì
Quei fili invisibili partono proprio dalle strade di Forlì. Fu lo stesso professor Amadori, ripercorrendo pubblicamente la propria vita, a ricordare la profonda amicizia giovanile che lo legava ad Annalena Tonelli, nata a Forlì nel 1943 e poi vissuta per oltre trent’anni tra Kenya e Somalia al servizio degli ultimi. Un legame mai interrotto, neppure dopo la partenza di Annalena per l’Africa.
Già negli anni immediatamente successivi alla laurea, il giovane medico Dino Amadori affiancava Annalena nell’assistenza ai poveri e ai bisognosi della città. In lui, il richiamo del continente africano era vivo fin dalla giovinezza e avrebbe trovato, molti anni più tardi, una concreta realizzazione attraverso l’amicizia con un’altra figura chiave: l’anatomopatologo faentino Vittorio Tison.
Il sogno di Mwanza e l’eredità di Vittorio Tison
Insieme a Tison, Amadori diede vita al progetto di Mwanza, in Tanzania, contribuendo alla nascita del primo centro oncologico di ricovero e cura dell’Africa subsahariana. Al centro della sua visione non c’era però soltanto la costruzione di strutture, ma la formazione autonoma delle persone: trasferire competenze affinché fossero gli stessi medici africani a curare la propria gente. Ne fu esempio emblematico la formazione in Italia del medico tanzaniano Nestory Masalu, poi diventato punto di riferimento dell’oncologia a Mwanza.
Per Amadori, aiutare significava formare, rendere indipendenti e lasciare sul territorio un sapere capace di durare nel tempo. A Vittorio Tison, scomparso prematuramente, il Professore dedicò l’Associazione “Vittorio Tison – Cultura e Solidarietà” (oggi purtroppo estinta), portando in Africa il modello di integrazione tra ricerca, cura, formazione e umanità che aveva già guidato la nascita dell’Irst Irccs di Meldola.
«Il concetto del dono»: il valore della vera eccellenza
Al centro di questo percorso c’è uno degli insegnamenti più cari al professor Amadori, custodito oggi dal figlio Giovanni: si possono avere menti eccellenti ed essere scienziati straordinari, ma senza il concetto del dono — la capacità di donare tempo, competenze e una parte di sé — non si potrà mai essere persone veramente eccellenti.
«È proprio questo il punto dal quale vogliamo partire – sottolinea Giovanni Amadori, presidente dell’Associazione Dino Amadori -. Non intendiamo sovrapporre due storie differenti, ma far conoscere i tanti puntini che realmente le unirono: l’amicizia giovanile, l’attenzione verso gli ultimi, il richiamo dell’Africa e soprattutto l’idea che la propria vita acquisti senso quando viene donata agli altri. Queste storie non devono rimanere chiuse dentro una memoria autoreferenziale, ma essere condivise con tutti coloro che hanno voluto e continuano a voler bene a Dino e Annalena».
Un progetto per le nuove generazioni
Rispettando le specificità di ciascun percorso, emergono con forza le parole chiave di questa storia comune: Forlì, la giovinezza, l’amicizia, gli ultimi, l’Africa, la cura, la solidarietà e il dono. Da qui nasce la domanda fondante dell’iniziativa: che valore hanno il sapere e il talento se non siamo capaci di donarli? Partendo da questo interrogativo, l’Associazione Dino Amadori svilupperà una seconda fase del progetto rivolta in particolare alle nuove generazioni, con l’obiettivo di trasmettere ai giovani la responsabilità di mettere le proprie capacità al servizio della comunità.