Leone Cobelli si era alzato presto per raggiungere Forlì approfittando del fresco. Era in campagna, nell’agosto del 1487, e mancavano, secondo il suo racconto, due ore al giorno. I contadini avevano già caricato i carri, alcuni di legna, altri di grano. In quel momento vide qualcosa muoversi nel cielo, dalla parte della montagna in direzione di Ravenna.
Nelle sue Cronache forlivesi la chiamò «una stella granda», ma per descriverla ricorse a un’immagine singolare: «certo parea una pavagliotta che volasse per l’aria». Una farfalla. Poco dopo aggiunse un secondo paragone: «Certo parea como una rota da carro».
«Io la vide», scrisse, precisando che anche molti contadini avevano osservato il fenomeno. La durata gli sembrò pari a «un bon miserere», il tempo di recitare il salmo. In queste parole l’apparizione rimane legata alla vita di quella mattina, alla partenza prima del caldo e ai carri carichi sulla strada di Forlì.
Quell’estate il cielo aveva già richiamato la sua attenzione. A giugno, mentre si trovava in campagna a far mietere il proprio grano, il figlio lo aveva chiamato perché andasse a vedere una «spada sanguinosa». Cobelli riferisce che l’apparizione scomparve e ammette di non avergli creduto subito. Solo quando alcuni contadini diretti al mercato gli domandarono se avesse visto anche lui quella spada, diede credito al racconto.
Nell’episodio di agosto, invece, rivendicava la propria presenza e distingueva ciò che aveva osservato dalle notizie raccolte: alcuni dicevano di aver visto quella luce dalla montagna oltre mezz’ora prima. Quel tempo più lungo appartiene dunque alle testimonianze riferite, mentre per la propria osservazione il cronista mantiene la misura del Miserere.
Che cosa aveva visto? Il passo non indica il giorno esatto e ci consegna soprattutto delle somiglianze. Il paragone con una ruota non permette di stabilire le dimensioni reali del fenomeno; quello con una farfalla restituisce il modo in cui Cobelli percepì il suo movimento. Da questa descrizione non possiamo ricavare un’identificazione astronomica sicura.
Il cronista, però, aveva una convinzione sul significato di quelle apparizioni. Le interpretava come ammonimenti divini e le collegava a una profezia che gli sembrava trovare conferma negli avvenimenti. Dopo aver raccontato la strana stella, si rivolgeva direttamente a chi avrebbe letto, invitandolo a riconoscere i segni della minaccia di Dio.
È qui che emerge il particolare più inatteso. Cobelli scrive che molta gente si faceva beffe di quei presagi: c’era chi considerava le apparizioni fenomeni del cielo e non voleva attribuire loro altri significati. Nella sua stessa comunità, dunque, l’interpretazione che egli sosteneva con tanta convinzione incontrava incredulità e derisione. A costoro riservò un avvertimento: «Costoro se la ride: hor sia con Dio, ma tiente a mente».
La natura della luce resta incerta nella testimonianza che possediamo. Cobelli affidò alla cronaca ciò che aveva visto e il significato che gli attribuiva, conservando anche il dissenso dei suoi contemporanei. Accanto alla misteriosa stella dell’agosto 1487, nella sua pagina sono rimaste le risate di chi non credeva ai presagi.
Fonte: Leone Cobelli, Cronache forlivesi, a cura di Giosuè Carducci ed Enrico Frati, Bologna, Regia Tipografia, 1874, pp. 294–295. Didascalia dell’immagine: Una cometa nelle «Cronache di Norimberga» di Hartmann Schedel, 1493. E’ vicina all’epoca di Cobelli e richiama il cielo interpretato come presagio. Immagine evocativa dell’immaginario celeste quattrocentesco: non raffigura l’avvistamento forlivese del 1487. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Fabrizio Ragni