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Riclassificazione dei Comuni montani. Lucchi: «Criteri sbagliati e risorse inadeguate»

Di Staff 4live Leggilo in 5 minuti
Aggiornato: 6 febbraio 2026
Riclassificazione dei Comuni montani. Lucchi: «Criteri sbagliati e risorse inadeguate»

«La mancata intesa in Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome sulla proposta del governo relativa alla riclassificazione dei Comuni montani evidenzia in modo netto le contraddizioni di una legge che, fin dalla sua impostazione, ha sollevato forti perplessità tra le Regioni e gli Amministratori locali. Non siamo di fronte a un semplice disaccordo tecnico – sottolinea la Consigliera regionale del Partito Democratico Francesca Lucchima a una riforma che utilizza criteri riduttivi per definire la montanità, basandosi quasi esclusivamente su parametri altimetrici e ignorando elementi fondamentali come lo spopolamento, la fragilità dei servizi, le difficoltà di accesso e le condizioni socio-economiche dei territori. In questo quadro, la scelta della Regione Emilia-Romagna di mantenere un’impostazione inclusiva e di intervenire con risorse regionali proprie rappresenta un elemento decisivo importante, con l’impegno a non penalizzare i Comuni esclusi dalla legge nazionale e ad intervenire laddove il governo, come sempre fa, decide di lasciare da sole le Regioni».

«Un’impostazione che rischia di colpire in modo particolare l’Appennino cesenate, dove la montagna e la collina svolgono un ruolo essenziale non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico. In particolare, nella nostra provincia, rimangono esclusi i Comuni di Mercato Saraceno, Sogliano al Rubicone e Roncofreddo. Nel corso dei mesi il confronto sulla legge Calderoli ha prodotto una contrapposizione artificiale tra territori alpini e appenninici, e tra Comuni di crinale e collinari, senza incidere realmente sulle condizioni materiali della montagna. Se da una parte è bene che possano entrare nella definizione di Comuni montani Modigliana e Civitella di Romagna, questo però non deve escludere altri territori fragili, con l’idea di redistribuire risorse sostanzialmente invariate da anni, senza alcun adeguamento all’inflazione e senza una visione strategica di lungo periodo» insiste la consigliera Dem.

Parliamo di comunità che già affrontano quotidianamente problemi strutturali – evidenzia Lucchi – e che non possono essere penalizzate da una ridefinizione formale che mette in discussione l’accesso a risorse e strumenti di sostegno. Le politiche per la montagna – conclude la consigliera – non possono ridursi a una classificazione amministrativa. Servono investimenti, servizi, infrastrutture e una reale attenzione alle comunità che tengono vivo l’Appennino. È su questo terreno che il governo avrebbe dovuto concentrare il confronto. L’Emilia-Romagna continuerà a fare la propria parte, come sempre ha fatto in sostituzione del governo, difendendo i territori e lavorando per una montagna vissuta, sicura e con prospettive di futuro”.

Quella del governo sulla riclassificazione dei Comuni montani è una scelta sbagliata nel metodo e nel merito, che non rafforza la montagna ma la mette gli uni contro gli altri, senza portare risorse aggiuntive né soluzioni concrete”. Così il capogruppo in Assemblea legislativa Paolo Calvano e i consiglieri regionali Daniele Valbonesi, Anna Fornili, Barbara Lori, Matteo Daffada’, Alice Parma, Lodovico Albasi, Gian Carlo Muzzarelli e Fabrizio Castellari commentano l’esito della Conferenza Stato-Regioni, che ieri a Roma non ha raggiunto l’intesa sul provvedimento governativo.

L’esito era ampiamente prevedibile – attaccano i democratici – perché i criteri fissati dal Governo sono sbagliati nel metodo e nel merito. Per mesi si è alimentata una contrapposizione sterile tra Alpi e Appennino, tra Comuni di crinale e Comuni collinari, per spartire risorse scarse e ferme da anni. Un’operazione che definire una riforma è francamente eccessivo”.

In Emilia-Romagna – sottolineano i consiglieri – si conferma il numero di 99 Comuni montani riconosciuti a livello nazionale, con alcune variazioni in ingresso e in uscita, ma è bene chiarire un punto politico fondamentale: i Comuni che oggi la legge nazionale include lo erano già nella normativa regionale, che continua a riconoscerne 121. Questo dimostra come il Governo non abbia introdotto alcun reale valore aggiunto, ma solo incertezza e tensioni tra crinale, collina e valle. Il tutto – sottolineano – per decidere come distribuire circa 200 milioni di euro tra quasi 4.000 Comuni: una cifra del tutto insufficiente, peraltro invariata da cinque anni e mai adeguata all’inflazione. Alla fine, dopo mesi di polemiche e senza il coinvolgimento di Uncem e Anci, il governo persevera in scelte sbagliate, perdendo tempo prezioso che poteva essere usato per affrontare davvero i problemi strutturali della montagna e del nostro Appennino”.

I consiglieri regionali rivendicano quindi la scelta della Regione Emilia-Romagna di andare in direzione opposta: “Di fronte a un impianto nazionale che divide e penalizza, la Regione ha scelto di proteggere tutti i territori. La legge regionale resterà inclusiva e, laddove il governo sottrae risorse ai Comuni esclusi, la Regione interverrà con fondi propri per ristabilire l’equilibrio costruito in questi anni, senza lasciare indietro nessuno. Non a caso – concludono – nella legge di bilancio regionale 2026-2028 il Fondo montagna è stato incrementato del 60%, proprio per prevenire gli effetti negativi di questo provvedimento. È questa la differenza tra chi alimenta divisioni e chi, invece, lavora per integrazione, cooperazione e solidarietà tra territori. La montagna emiliano-romagnola ha bisogno di politiche serie e risorse adeguate, non di classifiche che rischiano solo di creare nuovi problemi”.

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